Intorno alle sue canzoni, non ancora stagionate, dense di immagini e di richiami, c’è una grande varietà di ritmi e sonorità capricciose, dagli arabeschi di “Marajà” alle pizziche del “Ballo di S. Vito” allo swing di “All’una e trentacinque circa”.

«Non mi piacciono le divisioni per generi. Le canzoni, come il vino, appartengono a diverse annate. Sono partito da me stesso, dalle mie notti, poi ho parlato delle notti degli altri, infine della notte in generale, dello sguardo che si alza verso l’alto, delle stelle che pascolano in cielo. Ho percorso strade provinciali e statali e poi qualche rotta continentale, dal Baltico al fronte greco-turco, a spasso prima nel mio tempo e poi nel tempo più ampio. La scaletta delle canzoni è importante (senza scaletta non parte nemmeno un aereo) ma in una raccolta come questa i brani parlano da soli, rappresentano solo la mia squadra ideale».

Tutte le canzoni dell’ Indispensabile fanno parte del suo vissuto personale, tranne “Si è spento il sole”, uno dei capolavori del primo Celentano. A che dobbiamo questa scelta?

«Non mi sembrava elegante, in una raccolta “senza trucchi” di pezzi non rielaborati, all’interno di un’antologia, inserire un mio inedito. Ho preferito un divertissement, un esercizio di stile».

E Celentano che ne pensa?

«Non lo so. “Si è spento il sole” è solo un pretesto per parlare di lunatici, di stelle e costellazioni, per dedicare una canzone a mio padre e alla sua gioventù».

Che tipo è suo padre?

«La vita e la stirpe l’ hanno reso immaginario, in grado di puntellare il mondo con l’edificio di una visione. Come i Buendia di Cent'anni di solitudine, come una famiglia nella diaspora, noi ci siamo conservati al pari di una goccia d’olio nell’acqua. Ho raffigurato la faccia di mio padre, truccata da luna, mentre mi dice “adesso voglio proprio vedere dove vai a finire” nel video che sto interpretando».

Quale video?

«Il videoclip di “Si è spento il sole”, diretto da Ago Panini, molto divertente e psichedelico, una specie di western alla Sergio Leone. Si balla il twist a pistolettate, si spara al sole che ti riscalda, ti abbaglia, ti impedisce di vedere. Si spegne il sole, si ottiene il buio che è molto più sincero. Ci si può abbandonare alle stelle».

Ecco il perché di questo suo vestito fantasmagorico.

«È il vestito di scena che occorre per interpretare questa fantasia psichedelica, volando tra storie raccontate, figure, stelle cadenti cadute invano. Solo e male accompagnato dalle mie canzoni. Ma bisogna pur scegliere il proprio vizio, il mio si chiama “immaginativa” ».

Pensa di far parte della storia della canzone d’autore?

«Sono consapevole che per entrare in questa storia bisogna battere su un solo tasto. A me piace suonare la tastiera, mi rende più sincero. L'unità è un’altra delle mie fissazioni. Unità non significa

essere tutto d'un pezzo, ma essere fatto di mille pezzi e non andare mai in frantumi».

Uno dei brani della sua antologia si intitola “Corre il soldato”...

«La guerra esiste perché fa parte della vita, è fonte di separazione, oltre che di macelleria. E la separazione è ciò che mi sento di poter rappresentare a mezzo di una canzone. Il mio impegno mi porta a impugnare una bandiera come gli altri, non per gli altri».

(Massimo Pasquini “Lo stretto indispensabile per un cantautore”, Musica suppl. La Repubblica 2003)

Lei ha inciso fino a ora sei dischi, ne è soddisfatto?

«Sono più affezionato alle canzoni che alle registrazioni».

Di che cosa trattano le sue canzoni?

«All’inizio di storie personali, poi di storie più generali... In principio avevano un soffitto e un locale intorno, e c’era da bere, poi ci si è allargati ai treni, agli aerostati, alla storia geografia e scienza e hanno avuto combustibili più vari e infiammabili, fino a finire per puntare al cielo... che è forse che si deve raccogliere tutto».

Si, si... ma in conclusione?

«Beh, che il sole è un confronto, ci riscalda, però è la stessa luce che emana ad abbagliarci, a impedirci di vedere... è solo quando si spegne che, se si lasciano abituare gli occhi, piano piano, ci si inizia a capire qualcosa, a distinguere le stelle, a vedere davvero quanto siamo piccoli e in più malaccompagnati... lassù nel cielo, che sembra uno scolapasta e le stelle buchi attraverso i quali ci raggiunge la luce più eterna della Creazione, e insomma basta non avere paura del buio per vederci, e vedere che non c’è disaccordo nel cielo, e magari, una volta appresa la lezione, che non la si passa applicare anche quaggiù...».

(“Mi confesso allo specchio”, Specchio 2003)

Metti di trovarti in un pomeriggio d’inverno al Planetario di Milano, al buio, sotto l’arco di un finto cielo notturno. Metti che, per una volta, non si parli di stelle come farebbe un astrofisico, ma con accenti surreali, poetici. Che un tipo eccentrico, dinoccolato, presenti così la sua prima raccolta di successi, in uscita il 31 gennaio:

«Un’antologia è un po’ come una costellazione di punti luminosi, a patto di vederci un proprio disegno».

Geniale, bizzarro, e imprevedibile, Vinicio Capossela: L’indispensabile non è il nuovo album che tutti aspettavano dal 2000, quando apparve Canzoni a manovella.

Di brani inediti il cantautore ne ha tenuti nel cassetto, e li ha pure cantati e suonati al pianoforte in un recente concerto a Milano. Ma per ora i fan si devono “accontentare” di un “best”: 17 successi presi nella versione originale, più una cover di “Si è spento il sole”, che Adriano Celentano cantava

nel 1958 e che Capossela dedica a suo padre Vito e all’Italia degli emigrati. Lui quasi si scusa:

«Ero all’estero, quando il mio produttore mi ha detto: bisogna che si pubblichi un’antologia. Non l’ha presa bene, ho cominciato a fare gli scongiuri, la sentivo ancora un po’ prematura. Alla fine me ne sono fatto una ragione: se proprio deve uscire, meglio che sia dal vivo». Ma il nuovo disco?

«Uscirà con l’equinozio d’autunno, ma l’anno non è specificato». (Paola Zonca “Capossela canta Celentano per papà e tutti gli emigranti”, La Repubblica 31 gennaio 2003)

Come sarà questo incontro?

«Sarà un match pieno di colpi bassi. Ho pensato di affrontare metaforicamente il passato su un ring. Dopotutto, ci sono molti parallelismi tra il match e lo spettacolo, dove devi essere attrezzato con un repertorio, solo davanti al microfono. In più, la boxe è una metafora della vita: incontro dopo incontro ti accorgi sempre più che sei tu il tuo vero avversario».

Vinicio Capossela, ovvero...

«Il toro della stazione centrale».

(Matteo Speroni “Vinicio, Pugile suonatore. «Sul palco-ring farò i conti con me stesso, come uomo e come artista»”, Corriere della Sera 27 marzo 2003)

In scena e nei dischi usa le suggestioni più diverse, ruba da Fellini, Tom Waits, dal bossanova al jazz, dal cantastorie Matteo Salvatore al cantante degli emigrati degli anni Settanta...

«Come diceva San Francesco, sono tutte creature di Dio ».

Ma con gli italiani che rapporto ha?

«La musica italiana mi piace solo nella sua forma più primitiva. Per esempio Matteo Salvatore o una certa tradizione folkloristica. Della canzone italiana poche cose mi hanno emozionato se non quando ero piccolo e ascoltavo De André. In genere guardo da vicino a un modo di sentire più che a uno stile e mi emoziona quando scopro che dall'altra parte del pianeta Tom Waits cita un cantante argentino che mi piace. Ho sempre avuto una passione per quelli che bofonchiano, balbettano, che non proclamano, e alla fine tutti questi qua si piacciono, tra loro c'è un legame».

È un animale notturno e la notte è la protagonista del suo spettacolo Si è spento il sole. A guidarci in scena è lei come un clown bianco, un Pierrot lunare...

«Partiamo dal Pierrot e citiamo per esempio il poeta Laforgue che ha scritto una poesia che inizia con un insulto al sole: “Sole, mercenario placcato di galloni e di sputi!”. Lo spettacolo è nato così: per una serie di traversie vi ho inserito la canzone di Celentano “Si è spento il sole”, un titolo che è una chiave universale. A me quella che è venuta in mente è: si è spento il sole e si accendono le stelle. Pensando alle vicende degli esseri umani, abbandonati dal calore del

sole per il buio della notte. Abbiamo imparato a non avere paura del buio e a difenderci dal freddo. Allora il sole diventa il dio delle attività alla luce, il timbratore di ogni cartellino, e bisogna ordinargli di spegnersi, in modo da non poter vedere bene, da non potersi vedere. Ho presentato questa raccolta la prima volta in un planetario: è stata un'emozione. Mi sono reso conto che a proposito delle mie canzoni non posso certo dire come Charles Bukowski, sparatemi se uso le parole fiori, stelle o luna, io le uso in quantità, e allora sparatemi! Nelle repliche di questi giorni ho messo perfino Casta Diva, un omaggio alla Callas e alla luna, invocata perché sparga sulla terra la pace che è dei cieli, e per farlo ho cercato un suonatore di teremin, l’antesignano del sintetizzatore, uno strumento che, per dirla alla Giugas Casella, con la sola imposizione delle mani modifica la traiettoria dell'onda elettromagnetica simulando la voce umana. Ho incontrato un suonatore di tenerim e propongo Casta Diva per piano e tenerim».

Ha scritto per la radio un bellissimo lavoro, I cerini di San Nicola, e gli editori che gli stanno appresso.

«Scrivere è la forma più vicina a una compiuta espressione. La musica è un’intuizione, non è un’espressione. La scrittura è la parte di me che rifiuta il mondo dell’organizzazione del lavoro».

Scrive e pare che legga anche molto. Cosa legge?

«I poeti tardo romantici, La ballata del vecchio marinaio, cose salmastre, biforcazioni tra il realismo e l’illusione; il problema è che a me piacciono sia la realtà che l’illusione. Ma, come dice un mio zio

tenore “il mondo è una pazzia e io mi ci perdo”».

(Goffredo Fofi “Quanto mi piace bofonchiare tra le note”, Panorama 1 maggio 2003)

MUSICA E POESIA

Nella tua musica sembra non ci sia molta differenza tra testo parlato e cantato.

«Nella forma canzone del tango, soprattutto il repertorio di Goyeneche e Anibal Troilo, compositori degli anni ’50, si è realizzato un connubio inedito per altre forme di musica popolare tra poesia e musica “alte”. Le storie di queste canzoni hanno come soggetto il quartiere, l'assenza, e sempre questo concetto del cammino, il fatto di abbandonare sempre qualcosa. Anche semplicemente il proprio passato, la propria vita. Così è interessante fare una versione di questi pezzi, o almeno io ci ho provato. Per esempio uno dei primi pezzi che ho scritto si chiamava “Stanco e perduto”. Avevo un libro di testi di Dylan e iniziava così: “Ero giovane quando me ne andai di casa...”. Insomma già da piccolo mi piaceva prendere in prestito qualcosa da un’altra lingua e poi continuare con parole mie. In generale questo è il mio rapporto con la letteratura, cioè il fatto che uno scrittore spesso è una specie di chiave d’accesso emotiva per parlare di certe cose. Non è necessario leggere un intero romanzo di Celine, a me basta una pagina per mettermi in uno stato d’animo tale per continuare con parole mie. Dico tutto questo per fare una

promessa su come si può usare un linguaggio che non necessariamente si conosce. E per me l’interpretazione è sempre stata una condizione molto fertile: sentirsi impreparati di fronte ad una cosa, non conoscerla veramente a fondo permette di sfruttare al meglio la prima impressione e poi continuare autonomamente».

Qual è la destinazione tra poesia e testo di una canzone?

«La forma delle canzoni è di per poetica. Solo che invece di inseguire una struttura metrica si insegue una melodia, e questo è ancora più vicino allo spirito della poesia, visto che la poesia è nata per essere cantata. Il testo di una canzone funziona quando permette al cantante il “match” col microfono, permette di affrontare pause ma anche di mitragliare di parole il microfono. Quando ci si può appendere alle parole e soffiare fuori verso la platea come quelli che fanno il vetro a Murano. hai raggiunto il risultato poetico».

In greco antico la parola “mousiké” indica l’azione coordinata dell'elemento verbale (la poesia), del suonare e danzare. «Questa è la natura della musica cantata, da sempre. La musica arriva prima ai piedi, poi al cuore, e poi per ultimo forse anche alla testa, oppure il procedimento inverso. Il suonare dal vivo è un'occasione del tutto fisica di rappresentazione, in modo da rendere lo spettacolo ancora più totalizzante, perché ci va di mezzo anche il corpo. Sia di chi lo sta facendo sia di chi ne sta beneficando. Probabilmente è così da quando ballavano le baccanti». Allitterazioni, consonanze, onomatopee: nei testi di Capossela le parole sono soprattutto suono?

«Certo, anzitutto suono. Però il fatto che siano suono non è sufficiente. Non mi sono mai piaciuti gli esercizi un po’ algebrici sulle parole. Si esauriscono solo in quello. Diciamo così, la parola è al confine sottile tra le cose che si comprendono bene e quelle che si intuiscono soltanto».

Quanto tempo dedicare alla scrittura dei testi rispetto alla composizione musicale?

«Non ci ho mai fatto caso. In generale la percentuale è sempre molto bassa rispetto alla perdita tempo che la contingenza del vivere obbliga a impiegare».

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L'ASSENZA

Nelle tue musiche si sente spesso il sentimento dell’assenza. «La nostalgia è più forte per quelle cose che non abbiamo avuto, che si sono solo intraviste. In alcune di esse c’è questa sensazione unita a un rancore, e sono il rebetico - musica di ribelli senza rivoluzione, siamo vicino ai porti di Salonicco e Atene - , la morna di Capoverde, il fado, il melodramma italiano. Forse anche i tedeschi hanno un loro tipo di musica vicina a questo modo di sentire, in tutte le società c’è quel tipo di persone».

Qualche parentela con l’animo dei girovaghi, dei rabdomanti? «É inquietante. É la vita che è inquieta se la prendi in un certo. Ma più che con i rabdomanti questo discorso ha a che fare con l’età, col tempo che sta passando. In Sulla strada - un libro meraviglioso, ricco

di inquietudine - dietro la gioia di una scoperta c’è sempre il senso del distacco dalla giovinezza. Un modo per dirlo che secondo me molto italiano è appunto il rabdomante. Mio padre diceva la stessa cosa: “sulla pietra che rotola non si ferma mai il muschio”».

LETTERATURA

[...]

Segui una traccia particolare per le tue letture? Recensioni? Consigli di amici?

«Le campagne promozionali degli altri su di me attecchiscono poco. Sono abbastanza “animista” negli oggetti, nelle cose. Credo che le scopriamo quando siamo in grado di capirle, o per lo meno di farci caso. Perché le cose sono come il buio. È sempre buio finché non si accende la luce. Le cose ci sono sempre, siamo noi che non ci siamo. Quando decidiamo di esserci facciamo caso alle cose che scopriamo».

CONTAMINAZIONI E STILE

La tua formazione musicale (jazz, tango, canzone francese, la contaminazione, ecc.) rispecchia una ricerca?

«Mah, non c’è ricerca. Lo si capisce man mano. Uno è giovane, ascolta Tom Waits che fa “Tango ‘til they sore”, che non è un tango, e poi Piazzolla, e molto più tardi il modo di cantare di Goyeneche, entra in un bar di Salonicco e scopre il rebetico, e sono tutte cose che si richiamano l’una l’altra. Quando ero piccolo mi innamoravo di una cosa alla volta. Non mi piaceva il rock. Non ho iniziato suonando la chitarra elettrica, non ho iniziato dimenandomi con gente che suonava roba amplificata. Sono cresciuto cercando gente che suonava il contrabbasso, il sassofono, il piano. Poi le scoperte che ho fatto le ho messe in musica e si sono aperte più porte. Alla fine non si capisce più chi si è. Ma io lo so benissimo! Il vero problema è lo stile. Mi sono chiesto per tanto tempo come si fa ad inventarne uno. Invece alla fine siamo lo stile, cioè il modo in cui tutto questo esce da noi. Si tratta solo di raccogliere nella maniera più chiara, che non dia luogo a fraintendimenti. Sarebbe stato troppo semplice avere uno stile nutrendosi di una cosa sola. E molto più difficile raggiungere uno stile nutrendosi di tante altre cose».

ANIMALI

Le tue canzoni sono popolate da corvi, galli, anitre mute...

«Ci sono molti animali. Un animale da sempre può rappresentare un carattere della personalità umana. Basti pensare ai besteri medievali. Ho sempre avuto una fascinazione per gli animali notturni. Mio padre diceva che gli uccelli che camminano la notte non valgono nemmeno le penne. Ma sono proprio questi che mi hanno sempre intrigato, oppure l’animale che tutti sanno che c'è ma nessuno lo ha mai visto, come il misterioso animale del chiavicone. La malogna, che in dialetto salentino pare sia il tasso. E poi il mondo agreste, che è l’arca personale e privata. I quadri di Chagall sono

rimasti agresti. Nell’agreste c’è un po’ di infanzia. Come il pavone di Amarcord. Come Il tempo dei gitani di Kusturica, un film che mi piace molto, tutte quelle oche starnazzanti...».

IL CONCERTO

LA

A quando le luminarie paesane sul palco con la statua di San Rocco?

«Sono anni che d’estate provo a fare concerti con una cassa armonica invece del palcoscenico. Sono quei palchi rotondi che usano le bande, con tutte le luminarie. La lucina ha qualcosa di ancestrale. Io sono come le gazze, mi faccio abbagliare dalle lucine. Non mi interessa fare la sagra paesana, quella meglio andarla a vedere al paese. Però abbagliare un po’ con cose di poco prezzo, come le sagome di cartone, le ombre, le lucine... quello è interessante».

ALL’INCONTRE

Cosa intende questo tuo grido di battaglia? Andar indietro nel tempo, come accade nelle tue canzoni, spesso ambientati in altri tempi? Andar controcorrente?

«Andare esattamente nella direzione opposta in cui dovresti. “All’incontrè!”».

(Intervista a Vinicio Capossela “L’impreparazione è una condizione molto fertile”, 2003)